Cineforum Astor

IL PROGETTO

La traiettoria della cinematografia argentina ha disegnato una formidabile storia di identità culturale che ancora non è valorizzata come meriterebbe dai circuiti di distribuzione europei seppure la qualità sia da tutti i punti di vista di alto profilo. Una storia che risale ai pionieristici film muti (il primissimo cortometraggio intitolato La bandera argentina risale al 1897 a firma del regista francese Eduardo Py, naturalizzato argentino) e segna le varie epoche della società secondo la declinazione di vari generi. Una delle eccellenze che hanno fatto conoscere nel mondo intero opere di valore è il suo Festival Internacional de Cine di Mar del Plata, che per la sua importanza è stato selezionato tra le 14 principali rassegne cinematografiche del globo terraqueo. Organizzato nel mese di novembre dall'Istituto Nazionale Argentino di Cinema e Arti Audiovisive (INCAA), promuove l'attività cinematografica e audiovisiva in tutte le sue forme, proiettando film di diverse origini, tematiche, stili e nazioni. Nella sua evoluzione contemporanea, la tradizione del cinema classico convive con nuove tendenze, nuove voci e nuove tecnologie. Ogni anno, oltre 130.000 spettatori possono godersi il suo programma che, con la partecipazione di celebrità locali e internazionali, presenta oltre 300 film e eventi speciali distribuendo 19 premi. L’idea di intitolare il cineforum con il nome battesimale di Astor Piazzolla è in corrispondenza del fatto che i principali premi assegnati dalla giuria del festival, dal 2007 prendono il nome dell’illustrissimo musicista nativo nella città australe.

L'Ultimo cinema del mondo di Alejandro Agresti

In questa sua deliziosa pellicola Alejandro Agresti costruisce con il suo stile poetico, metafore ed allegorie raccontando con tenerezza e ironia le vicende di un remoto villaggio della Patagonia dove gli abitanti vivono in una realtà bucolica che li esclude felicemente da qualsiasi tipo di colonizzazione informativa. L’unico svago è quello offerto dallo scalcinato cinematografo che proietta pellicole disastrosamente caotiche, incomplete, consumate e tagliate al punto tale che i dialoghi sono incomprensibili creando dislessie verbali nell’intera comunità. In questo quadro disconnesso dal mondo arriva per caso Soledad una tassista che fugge dalla sua città, perché lì a Rio Pico finisce la strada. Sarà chiamata a fare la reporter in un cinegiornale creato in loco e sonorizzato da Nicolino, un ex pugile, finendo per sposare il critico cinematografico Pedro, fans di Edgar Wexley (interpretato da Jean Rochefort), un attore francese invecchiato e in bancarotta che giunge fino a quel lembo estremo dell’Argentina perché ha saputo che lì la sua fama resiste ed è ancora celebrata. Tutto sembra scorrere beatamente fuori dalla realtà fin quando non tornerà dalla capitale l’inventore e filosofo del posto che era andato lì per cercare vendere ciò che credeva di aver ideato: la teoria della relatività, la psicoanalisi e il comunismo.  A Buenos Aires scopre una tragedia che neanche i suoi concittadini conoscevano: è scoppiata la dittatura militare che lo incarcera torturandolo, perché non ha gradito le idee che voleva vendere. Ma sul villaggio dislessico è in procinto di abbattersi un’aggressiva calamità: l'arrivo della televisione. Alla manipolazione involontaria con cui l’ultimo cinema del mondo accompagnava gli abitanti in una gioiosa dimensione di dislessia surreale, subentrerà quella subliminale che minaccia di trascinarli fatalmente nel mondo dell’omologazione.

Alejandro Agresti, il gusto di raccontare storie 

Alejandro Agresti ha scelto la professione di regista dopo aver studiato la fotografia, passione trasmessagli dal bisnonno e dal nonno che erano fotografi nel materano, in quella Basilicata terra d’origine anche di Francis Ford Coppola. Nato a Buenos Aires nel 1961, ha realizzato il suo primo film nel 1984 intitolandolo L’uomo che conquistò la ragione, con una casa di produzione dei Paesi Bassi che non lo distribuì commercialmente. Da una posizione critica e indipendente, nel quadro della cinematografia argentina, Agresti ha raccolto una filmografia sicuramente impegnata, originale e inclassificabile, distinguendosi come pioniere. Il suo opporsi alle correnti delle mode e alle tendenze del momento, che gli è valsa l'attenzione della critica e innumerevoli riconoscimenti internazionali. Uno dei temi centrali delle sue pellicole, quasi un’ossessione, riguarda il trattamento delle conseguenze che ha avuto la dittatura dopo il ritorno della democrazia, affrontato utilizzando la relazione dialettica tra memoria e oblio, sia nell’ambito individuale che collettivo.

Filmografia essenziale

 L'amore è una donna grassa  (El amor es una mujer gorda) (1987) 

Nei primissimi anni in cui è ritornata la democrazia dopo la più crudele delle dittature, un giornalista vaga per le strade di Buenos Aires incontrando vari personaggi archetipici. Josè è rabbioso e si trascina nella malinconia in cui è sprofondato quando Claudia lo ha lasciato. Ma la diciannovenne che amava scrivere non si è allontanata dal suo uomo per una questione di disamore: scopriamo che figura tra i desaparecidos.

 Nozze segrete (Boda secreta)(1988)

Un uomo che ha perso la memoria esce dal suo rifugio nei sotterranei della metropolitana e cammina nudo per le strade del centro di Buenos Aires finché non viene fermato dalla polizia che al commissariato gli fa scoprire di essere sulla lista dei desaparecidos, in quanto militante illegale. Abbandonato alla sua sorte di aparecido, l’uomo si riconnetta alla memoria e decide di ritrovare la ragazza che aveva promesso di sposare dieci anni prima, viaggiando verso la rcittadina dove i due vivevano. La reincontra nel luogo di sempre, il kiosko di giornali della stazione ferroviaria, ma la ragazza rassegnata a pensarlo morto non lo riconosce. Nonostante la democrazia fosse ritornata, il film non fu mai distribuito in Argentina.

The Act in Question  (El acto en cuestión) (1993)

Il film in un magnifico bianco e nero, con il suo linguaggio metaforico e allusivo tra il drammatico e il realismo magico, commemora le sparizioni e la repressione perpetrate dalla dittatura, intrecciando in una trama complessa la storia di un ladruncolo senzatetto indirizzato compulsivamente a rubare libri usati. Su uno di questi tomi fuori catalogo trova una formula segreta che gli consente di trasformarsi in mago di successo per la sua capacità di far sparire anche le persone. Trasferitosi in Europa dopo aver abbandonato la sua compagna, miete successi finchè qualcosa va storto: il libro che contiene il trucco segreto del acto en cuestión verrà ripubblicato. La pellicola girata nei Paesi Basso dove Agresti ha vissuto tra il 1988 e il 1993, è stata distribuita in Argentina solo nel 2015.

Buenos Aires Viceversa (1996)

In una Buenos Aires di fine ‘900 attraversata da filosofi da bar e picari di ogni genere si incrociano le vite di tre giovani disorientati, una ragazza cieca che cerca di difendersi dalle insistenze della sinistra guardia di sicurezza di un centro commerciale e presunto ex collaboratore della dittatura; una teledipendente figlia di desaparecidos; il receptionist di un ostello per viaggiatori, smarrito “bottino di guerra” di una famiglia implicata con la dittatura. Con uno stile frammentato e una forma di improvvisazione che sembra mutuata dal cinema di Cassavetes, Agresti decostruisce il melodramma tradizionale attraverso la lente di famiglie dilaniate dalle sparizioni forzate, dalle torture e dagli omicidi.

L'ultimo cinema del mondo (El viento se llevó lo que) (1998)

(vedi scheda)

Valentín (El sueño de Valentín) (2002)

Un solitario e giudizioso bambino di otto anni che la madre ebrea ha abbandonato quattro anni prima, mentre il padre fanfarone gli fa visita sporadicamente con la sua nuova bellissima compagna, vive dalla nonna spagnola sognando di diventare il primo astronauta argentino. Agresti ha ammesso che la storia mescola nella finzione alcuni suoi ricordi della sua infanzia trascorsa nel barrio San Cristobal durante gli anni del primo uomo sulla luna, e dove agisce un prete che quando uccisero Che Guevara fece una scandalosa orazione in suo onore durante la messa, un medico che cura inutilmente la nonna ammalata e uno sconosciuto che alla fine si avvicina a Valentín rivelandogli alcuni dettagli sulla madre. Forse questo è stato il film più fortunato di Agresti.

Un mondo meno brutto  (Un mundo menos feo) (2004)

Una donna, insieme alle sue due figlie si recano a Mar de Ajó, un piccolo villaggio marittimo della Patagonia, per incontrare il marito che credeva vittima della dittatura nel periodo oscuro dei desaparecidos. Però l’uomo che lì si è inventato una nuova identità come fornaio, aprendo una panetteria e coltivando l’hobby pericoloso di guidare un aereoplanino, non ricorda né la moglie né la sua vita passata. Amnesia? Rimozione? Finzione? Sullo sfondo un'Argentina piena di problemi sociali ed economici, con il passato che è sempre un'ombra pronta a farsi largo, tra la dittatura, le Malvinas, e le recenti rimemorazioni è oltremodo complicato pensare a un mondo migliore. Gli ideali generosi della militanza sono stati sconfitti e la prospettiva più ottimistica è di accontentarsi del mondo meno peggiore dove una demagogica riconciliazione nazionale ha messo il punto finale sul tema della dittatura. Interpretato da attori perfetti in una sceneggiatura dove i sentimenti sono disegnati a meraviglia, il film è stato presentato in Italia con il titolo Tutto il bene del mondo e premiato in varie manifestazioni.

La casa del lago (The Lake House) (2006)

ll mondo descritto da Agresti è ambientato in una Chicago intellettuale trasformata in un prodigioso labirinto temporale dove i due diversi periodi in cui vivono i protagonisti, l’uno nel 2004 e l’altra nel 2006) si intersecano attraverso messaggi messi nella magica cassetta postale della casa sul lago costruita dal padre del protagonista e che diventa così il centro di una spirale fantasy dove tutti sono architetti. Nonostante la corrispondenza sia sfalsata nel tempo i due si innamorano ma si incrociano senza riconoscersi proprio perché vivono in due tempi differenti. Insomma un’espediente borgesiano per questa opera sentimentale che è remake di un modesto film coreano.  E’ il debutto di Agresti nel cinema hollywoodiano ed anche l’ultimo girato in quel carrozzone che lo stesso regista dice di non sopportare.

Popular Mechanics  (Mecánica popular) ( 2015) 

Sta scendendo la notte e un disincantato editore di saggi prestigiosi, cinico, scettico, amante del whisky e del tabacco, critico contro chi detta le regole del gioco artistico, vuole suicidarsi nel suo ufficio. In questo frangente arriva una giovane scrittrice che pretende venga letto il suo romanzo d’esordio, minacciando di suicidarsi. Da quell'incontro teso, e con l'inaspettato intervento del guardiano notturno del palazzo, si dipana una lunga serie di dibattiti intellettuali, recriminazioni, segreti e riflessioni sulla letteratura e sul senso della vita. La pellicola girata nel medesimo spazio chiuso ha un forte carattere teatrale, fondandosi su raffinati dialoghi filosofici con eleganti citazioni di libri e autori, lamenti sulla modernità, sullo snobismo, sulla gioventù pseudo-intellettuale, sul pensiero fiacco di chi non ha vissuto la dittatura. In questo quadro staticamente intellettuale, quasi indirizzato ad un pubblico di addetti ai lavori, c’è il colpo di scena che introduce la moglie dell’editore. Agresti si sfoga dimostrando che non serve molto per raccontare una buona storia. 

What We Wanted to Be (Lo que quisimos ser) (2024)

 Dopo quasi un decennio di pausa, Agresti ritorna a girare un film che tratta di un dramma intimo che nasce dall’incontro di un uomo e una donna di mezz’età all’uscita da una sala cinematografica della Buenos Aires fine anni ’90, dove erano stati gli unici spettatori di una vecchia pellicola hollywoodiana: Love Fasting di Howard Hawks. Rispondendo alla richiesta di rivedersi, lei propone di stabilire delle regole, consistenti nel non rivelarsi a vicenda i veri nomi o le identità, per presentarsi per quello che avrebbero voluto essere nella vita: lui che in realtà è proprietario di una libreria di libri usati, si eleggerà cosmonauta in pensione, lei romanziera di successo. Ma con l'intensificarsi degli incontri fissati alla stessa ora del giovedì al bar Brighton, l'immaginazione e la realtà iniziano a confondersi, trasformando il loro gioco di ruolo, da un rifugio alla monotonia esistenziale, ad un profondo sentimento d'amore che li costringerà a fare i conti con la vita reale. Dialoghi, gesti, silenzi, in una leggera ricerca dell’etica umana della relazione.

 

Nove regine

Nello splendore di una Buenos Aires, anonima, dinamica, cosmopolita, ricca di contrasti urbani e umani, il crudo realismo del giovane regista Fabián Bielinsky compie una riflessione obliqua, aprendo il sipario sul mondo sotterraneo in cui i piccoli ladri ancora analogici tessono la loro tela taccheggiando, borseggiando, truffando. Mentre la malavita contemporanea di prima categoria si è comodamente trasferita nella sfera informatica, il navigatissimo Marcos e l’inesperto Juan sono alle prese con il loro colpo della vita affidandosi maldestramente a modalità ancora tradizionali. A interpretarli sono Ricardo Darín e Gastón Pauls che formano una coppia all’altezza di quelle celebri composte da Jack Lemmon e Walter Matthau o Paul Newman e Robert Redford. Bielisnsky ha scritto e diretto questo suo primo lungometraggio con una sorta narrazione hitchcockiana con al centro una preziosa raccolta di francobolli, mentre tra inseguimenti, inganni e finali ingannevolmente felici l'Argentina è sull’orlo del crack finanziario (2000). La sua sceneggiatura scorre perfettamente e si mette al servizio di una messa in scena che, seppure immersa nel colore locale, è riuscita imprevedibilmente a riscuotere un successo internazionale, ricevendo una messe di premi in tutto il mondo. Da lui ci si attendeva una lunga carriera luminosa, quando un attacco di cuore lo ha colpito fatalmente nel 2006, all’età di 47 anni. E’ rimasto un regista di culto della Nuova Cinematografia Argentina che seppur con la striminzita filmografia in cui figurano solo due lungometraggi e altrettanti cortometraggi, ha lasciato un segno indelebile nella cinematografia del suo Paese. Nove regine è senza dubbio uno dei tre migliori film argentini di sempre ed ha avuto un impatto culturale senza precedenti: alcune delle sue battute sono entrate a far parte del linguaggio quotidiano argentino , le sue gag sono diventate meme e le sue scene sono state citate in altre opere. 

Fabián Bielinsky, la meteora

Nel 1983 Bielinsky si era laureato presso il Centro di Produzione Cinematografica Sperimentale dell'Istituto Nazionale di Cinematografia, presentando il cortometraggio La espera (L'attesa), tratto da un racconto di Jorge Luis Borges. Fanatico cinefilo sin da bambino, Fabián era nato a Lanús, provincia di Buenos Aires, nel 1956, in una famiglia dove il padre faceva per diletto il critico cinematografico. Dal suo ingresso nel mondo del cinema, ha fantasticato per molti anni di fare il grande passo, cioè girare un proprio lungometraggio, mentre lavorava come assistente di Wim Wenders, Marco Bechis, Carlos Sorin, Eliseo Subiela, e altri autori affermati. Per cui è arrivato a firmare il suo primo film quando aveva quindici anni d'esperienza nel settore e quindi poteva considerarsi un veterano che forse non aveva immaginato di conquistarsi con la sua prima opera il titolo un pò paradossale di "grande promessa del cinema argentino". Fortunatamente la sua sceneggiatura che inizialmente si intitolava Farsantes (Gli impostori), rimasta nel cassetto per una decina di anni senza che nessun produttore osasse investirci, trovò i finanziamenti e soprattutto vinse il concorso New Talent creato dalla casa di produzione Patagonik che mise a disposizione un budget risicato per la realizzazione di Nueves Reinas. Clamorosamente quel film senza troppe pretese di successo che conteneva una velata premonizione profetica della crisi del 2001, fu visto da almeno un milione e mezzo di spettatori nazionali e proiettato anche in altri 32 Paesi dove fu acclamato come un capolavoro ottenendo oltre 20 premi internazionali e un plauso unanime della critica. Addirittura a Hollywood la Section Eight, la casa di produzione di Steven Soderbergh e George Clooney, realizzò un remake uscito nel 2004 con il titolo Criminal ma decisamente mancante di quell'idiosincrasia "argentina" che definiva l'essenza dell'originale. Mentre la sua prima creazione veniva ammirata e imitata in diverse parti del mondo, Bielinsky girò El Aura, un film di pura rarefazione modernista, con Ricardo Darín come protagonista, ma con uno stile completamente diverso: misterioso, fantastico, e forse persino più audace in alcune delle sue scelte dove emergono meticolosità, creatività e visione rivoluzionaria. In un quadro più cupo e privo di umorismo, questo film, uscito nel 2006, scaturiva da un racconto che Fabián aveva scritto a 22 anni con il titolo Un amigo del señor Dietrich, dove era raccontata la storia di un tassidermista affetto da epilessia. Il film sembra comunicarci che secondo il regista la memoria è la violenta maledizione di sopportare il peso di un passato, vissuto quando stava entrando nell'adolescenza, quindi appartenente a quella generazione intermedia troppo giovane per morire, troppo consapevole per dimenticare:“abbiamo avuto l’esperienza, ma abbiamo perso il significato”, scrisse  negli anni '70 Piglia in Artificial Respiration , riprendendo Eliot. Il cinema di Bielinsky racconta quell'esperienza e, al tempo stesso, la rappresenta in modo  profondo e criptico. Nel 2021, Mariano Frigerio ha presentato il documentario di Bielinsky intotolato Nuevas Aureas che prende spunto da Nueve Reinas per parlare del grande regista addentrandosi anche nella sua altra opera  El Aura, nella sua vita personale, nel suo metodo, nelle sue amicizie con toccanti testimonianze di Ricardo Darín, Gastón Pauls, Leticia Bredice, Dolores Fonzi, Nahuel Perez Biscayart , nonché della sua famiglia e della troupe tecnica che ha lavorato con lui.  Inoltre il documentario mostra e approfondisce i luoghi utilizzati per le riprese di Nueve Reinas, che ancora oggi sono visitati dai turisti proprio per aver fatto parte del film, come ad esempio l'Hotel Hilton o il bar La Tasca de Fosforito di Av. Hipólito Yrigoyen 1218, nel barrio de Monserrat che, conserva la famosa mesa número 7 utilizzata dal protagonista come proprio ufficio, il poster della prima e distribuisce opuscoli sul film ai clienti.Il documentario è stato presentato in anteprima il 7 novembre del 2025 al Festival Internazionale del Cinema di Mar del Plata. In conclusione si può indicare in Bielinsky  uno dei registi argentini con la maggiore chiarezza concettuale nell'analisi del proprio lavoro, quindi contemporaneamente creatore e critico: un cineasta consapevole di sé che ha realizzato pellicole difficilmente affiliabili al contesto del Nuovo Cinema Argentino, anche se il suo lavoro interessato ad una narrazione più classica, si  colloca su un terreno già preparato dai cambiamenti tecnici ed espressivi del NCA. Ci ha lasciati improvvisamente mentre era a San Paulo per girare alcuni spot pubblicitari: si deve pur mangaire.