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SOMMARIO:
Maiolicari oltre la forma
La rocambolesca storia di una statua salvata
Le case di Victoria
A Cannes la partita della rivincita
Il Mago della fisarmonica
Nuevo tango: archetipi e polisemia (Parte prima)
L'interscambio Marche/Argentina
Porto Recanati, attualità e storia
Maiolicari oltre la forma
La tecnica della ceramica sembra risalga addirittura al paleolitico superiore, sotto forma d'arte al servizio di rituali in cui uno sciamano gettava nel fuoco statuette di ceramica per predire il futuro dell'umanità. Sono passati circa trentamila anni da questo episodio che Jean Girel racconta nella sua Une brève Histoire de la céramique e questa tecnica, collocabile al crocevia di molteplici dimensioni della vita sociale e culturale dell’umanità, ha dovuto attendere il XX° secolo per essere inclusa in quello che Pierre Bordieu ha chiamato “campo dell’arte”, anche se la sua posizione è rimasta ancora periferica nonostante le meravigliose opere di Renoir, Chagall, Matisse, Rodin, Picasso, Fontana, Martini, Melotti, per citarne alcuni. Certamente l’attenzione novecentesca è cresciuta nobilitando sempre di più il ceramismo, attraverso numerosi trasferimenti tra il regno dell'artigianato raffinato e quello dell'arte contemporanea con la sperimentazione di molteplici tecniche trasversali e forme più astratte. Quando quattro talentuosi artisti che si dedicano alla ceramica con un approccio estetico contemporaneo, sono stati invitati a presentare una selezione di lavori per esporli al Castello Svevo di Porto Recanati, non poteva essere immaginato un titolo migliore di quello che è stato scelto: Oltre la forma. In questa mostra Francesco Fazzini, Giovanni Falleroni, Luciano Fantella e Laura Gonnella, offrono un panorama variegato che esplora le qualità al contempo fragile e resistente di un materiale come la ceramica, mescolando con grazia, fantasia ed equilibrio diversi linguaggi artistici. Se Fazzini e Falleroni attraverso un approccio anche sperimentale convertono l’essenza di una tecnica ancestrale in un linguaggio contemporaneo creando opere di sofisticata originalità, Fantella e Gonnella sviluppano la loro attività dedicandola a finissime creazioni di oggetti d'utilità e di decorazione più tradizionali. Nei loro virtuosismi plastici e richiami narrativi, tutti e quattro i “maestri maiolicari” - secondo la dicitura nell’antica tradizione marchigiana - invitati sono particolarmente sensibili alla luminosità dell’aspetto cromatico, tra colori brillanti e opacità evocativa.
Mar del Plata, attualità e storia
La rocambolesca storia di una statua salvata
Sempre al servizio di una retorica utile alla propaganda del suo potere, Juan Domingo Peron immaginò la costruzione di un monumento dedicato alla classe operaia, intitolandolo monumento al Descamisado. L’impresa gigantesca, ideata nel 1946, fu affidata dopo un concorso diretto dall'architetto Jorge Sabaté, al toscano Leone Tommasi che si mise al lavoro viaggiando tra la sua Pietrasanta e a San Isidro in Argentina, con disegni e prove in argilla che prefiguravano il progetto di un’opera in marmo di Carrara alta 137 metri (il doppio dell’Obelisco e molto più imponente della Statua della Libertà statunitense). La sua collocazione prevedeva un basamento da porre all'incrocio tra Avenida 9 de Julio e Avenida de Mayo, dimensionato per ospitare alcuni piani serviti da ascensori e 16 colonne con statue allegoriche raffiguranti i concetti del peronismo attraverso figure umane. Nel frattempo la scomparsa di Evita suggerì di utilizzare il piano interrato del monumento come luogo dove collocare la sua salma, un po' come era accaduto a Les Invalides per il sarcofago di Napoleone.
Nelle foto: Leone Tommasi; Il Monumento all'Indipendenza Economica a Mar del Plata
Ma la storia fu più rapida e crudele, cosicchè alla destituzione di Peron avvenuta nel settembre del 1955, tutte le statue che nel frattempo avevano preso forma furono distrutte e gettate nel Riachuelo. Una di esse, finì per ragioni misteriose a Dock Sud, la cittadina di circa trentacinque mila abitanti che ha dato i natali al calciatore di origini friulane Javier Zanetti. Sfuggita alla furia della Revolucion Libertadora e in barba al soggetto che Tommasi aveva rappresentato, “L’indipendenza economica”, nel 1980 fu trasferita a Mar del Plata cambiando impunemente il nome al soggetto che rappresentava originariamente. La statua fu chiamata L’Uomo del mare onorando il lavoro dei pescatori e rappresentando un uomo a torso nudo, che si liberava dai tentacoli di una piovra, mentre ai suoi piedi c’è una ruota dentata, una catena spezzata e un’ancora. Oggi l’opera di Tommasi è ritornata a prendere il suo nome iniziale recando l'iscrizione "Monumento all'Indipendenza Economica" e risignificando gli elementi che la compongono: l'ingranaggio simboleggia il commercio e l'industria, la catena spezzata e l'ancora rappresentano l'indipendenza, mentre il polpo ai suoi piedi allude alla vittoria sull'inflazione.
Nelle foto: Il monumento imbragato per la spedizione da Pietrasanta; il Monumento all'Indipendenza Economica
Letteratura e arte
Le case di Victoria
Non c'è nessun altro posto al mondo dove mi senta fisicamente più felice" Victoria Ocampo
Rimemorando la storia culturale di Mar del Plata, non va dimenticato quel personaggio straordinario che Borges ha definito "una donna ibseniana": Victoria Ocampo, figlia di una famiglia in cui l'educazione era impartita da istitutrici straniere in inglese e in francese, mentre il castillano veniva discriminato come lingua popolare del personale domestico. Victoria inizia a frequentare Mar del Plata nel 1904 circa, nutrendo per questa località una profonda "passione fisica". Così per soggiornarvi con tutte le comodità nel 1926 decide di farsi costruire lì la sua dimora estiva. Padrona di una personalità eccentrica, opta per un progetto trasgressivo: un edificio nello stile razionalista di Le Corbusier che due anni prima l'aveva entusiasmata tenendo alcune conferenze sull'architettura moderna a Buenos Aires. Tutta bianca e squadrata, la nuova casa di Victoria aveva scandalizzato Mar del Plata e non solo, essendo addirittura la prima costruzione del genere nel Latinoamerica. Con la sua sensibilità letteraria e lo sguardo lungimirante e globale che le fece meritare da José Ortega y Gasset il titolo di "la Monna Lisa della Pampa", l'affascinante Victoria scrutava con profondo interesse sia la cultura europea che quella sudamericana, concependo nel 1931 la rivista Sur che ha diretto immaginandola come una porta d'accesso tra i continenti, impegnandosi anche in una nobile mediazione artistica tra l'Argentina e l'Italia.
Nelle foto: Victoria Ocampo negli anni '20; Victoria alla scandalosa guida di un'auto perchè senza l'assistenza di un uomo
Tra tutti due esempi sono eclatanti; il suo primo libro su Dante intitolando nel 1924 De Francesca a Beatrice e il sostegno da entusiasta mecenate con la sua associazione Amigos del Arte, della mostra “Novecento Italiano” organizzata a Buenos Aires nel 1930 da Margherita Sarfatti esule in Argentina, tramite l’amicizia di Ardengo Soffici. Victoria Ocampo visita diverse volte l'Italia a partire dal 1913 in viaggio di nozze con il marito Luis Bernardo de Estrada a Roma, dove conoscerà l'amore della sua vita intrecciando con lui una relazione segreta: Julián Martínez. In seguito vine invitata due volte: dal Duce nel 1934 e da Igor Styravinsky nel 1939 per partecipare come voce recitante alla sua opera Perséphone, in cartellone al Maggio Musicale Fiorentino. In quell'epoca in cui il mondo letterario argentino era quasi esclusivamente maschile, Victoria ha lottato con coraggiosa tenacia per affermare i diritti delle donne oppresse da un cumulo di obblighi sociali che le escludevano dal mondo intellettuale, formando l’UMA (Unión de Mujeres Argentinas) e tenendo testa a tutti gli ostacoli che tentavano di scoraggiarne il lavoro.
Nella foto: la villa in stile Le Corbousier fatta costruire nel 1927 da Victoria
Dieci anni dopo aver costruito la sua villa così chiacchierata, ereditò dalla zia Francisca la conosciutissima Villa Victoria, spedita dall'Inghilterra e assemblata interamente in legno su una struttura in ferro. Un luogo simbolo di Mar del Plata dove la padrona di casa ospitava, oltre alla sorella Silvina, personaggi quali Rabindranath Tagore, Roger Caillois, John Saint Perse, Ernesto Sábato, Adolfo Bioy Casares, Jorge Luis Borges e naturalmente la sua amante Gabriela Mistral. Risaputa antagonista del populismo di Eva Perón, nel 1953 arrivò a bussare alla sua casa di Mar del Plata la polizia per arrestarla con l'accusa di cospirare contro il governo di Juan Domingo Perón! La sua esistenza si è conclusa con la donazione all’UNESCO di tutte le sue proprietà partire del 1973. Attualmente, Villa Victoria è proprietà comunale e ospita il Centro Culturale Villa Victoria, un punto di riferimento della città, dedicato ad attività legate alla cultura, nel rispetto della tradizione promossa dal suo proprietario.
(Nella foto: Villa Victoria; Victoria Ocampo, nel giardino della sua villa; Victoria in compagnia dell'attrice Vivian Leigh)
Cineclub Dynamo
A Cannes la partita della rivincita
L’unico lungometraggio argentino che partecipa alla Selezione Ufficiale della 79ª edizione del Festival di Cannes è il documentario El Partido, che ricostruisce il mitico incontro tra Argentina e Inghilterra nei quarti di finale del Mondiale del Messico, giocato il 22 giugno del 1986. Il film di Juan Cabral e Santiago Franco torna indietro nel tempo, a quando a metà ‘700 John Byron fondò il primo insediamento e rivendicò le isole (Falkland/Malvinas) per la Corona britannica; ricostruirà la controversa partita dei Mondiali del 1966 quando l’arbitro Rudolf Kreitel espulse ingiustificatamente Antonio Rattín, il capitano della nazionale che quel giorno fu sconfitta per 0-1 dall'Inghilterra a Wembley nei quarti di finale; esplora i sentimenti scaturiti dalla tragedia umanitaria della guerra che nel 1982 ha visto i due Paesi disputarsi la proprietà delle Isole Malvinas del Sud Atlantico. Tutti questi eventi hanno alimentato la rivalità e segnato le gesta di quella partita a Messico '86 come la rivincita argentina, sebbene il percorso storico tocchi anche momenti meno conflittuali, come l'introduzione del calcio in Argentina da parte dei ferrovieri inglesi o l'esibizione dei Queen nel 1981 allo stadio Vélez Sarsfield, ospitata da Diego Maradona. E la figura di Maradona è proprio la più ricorrente in “El Partido” , poiché non solo ha segnato il gol più controverso (il primo, con la mano “de Dios”) e il più bello (dribblando metà della squadra inglese, portiere incluso) nella storia dei Mondiali, ma è anche oggetto di ammirazione, e oserei dire adorazione, trattato nel documentario come un momento di trascendenza assoluta. La grandezza di The Match sta però nel non fermarsi all’agiografia maradoniana. Il film continua infatti a costruire tensione anche nei minuti finali, culminando nel salvataggio impossibile di nuca di Olarticoechea sulla linea all’86’, qui definito ironicamente “The Nape of God” (la nuca di Dio, appunto). Dopo la mano divina e il gol impossibile, anche quella nuca che salva il risultato sembra appartenere a un racconto già scritto dal destino. Sono passati quarant'anni da quella partita, e questo film di 91 minuti (la stessa durata della partita contro l'Inghilterra) continua a suscitare ogni sorta di emozione. La verità è che, sebbene alcune ferite storiche non si siano ancora completamente rimarginate a livello sociale, , il film trasmette una nobiltà che ci permette di credere che, anche con una divisione così profonda, la riconciliazione e l'empatia saranno sempre possibili.
A Cannes El Partido de la revancha
El único largometraje argentino que participa en la Sección Oficial de la 79ª edición del Festival de Cannes es el documental El Partido que reconstruye el mítico encuentro entre Argentina e Inglaterra por los Cuartos de Final del Mundial de México, jugado el 22 junio 1986 en el Estadio Azteca. La película de Juan Cabral y Santiago Franco se remonta a cuando John Byron estableció el primer asentamiento y reclamó las islas (Falklands / Malvinas) para la Corona británica; recuerda el polémico partido en el Mundial de 1966 cuando el árbitro Rudolf Kreitel expulsó injustificadamente Antonio Rattín, el capitán de la Selección, en la derrota 0-1 frente a los ingleses en Wembley por los Cuartos de Final; y se adentrará en el sentimiento nacionalista, el uso político de ambos bandos y la tragedia humanitaria de la guerra, disputada entre ambos países por la soberanía de las Islas Malvinas del Atlántico Sur. Todos hechos que potenciaron la rivalidad y marcaron la gesta de aquel partido a México ‘86, aunque en el recorrido histórico también se remite a otros momentos menos conflictivos como la forma en que los trabajadores ingleses de los ferrocarriles inculcaron el fútbol en la Argentina o la llegada de Queen en 1981 para tocar en el estadio de Vélez con un tal Diego Maradona como anfitrión. Y precisamente la figura de Maradona será la más recurrente en El Partido, ya que no solo fue el protagonista del gol más controvertido (el primero, con la mano “de Dios”) y del más hermoso (eludiendo a medio equipo inglés incluido el arquero.) de la historia de los Mundiales sino que además es objeto de admiración y diría que de adoración, tratado en el documental como un momento de trascendencia absoluta. La grandeza de El Partido, sin embargo, radica en no detenerse en la hagiografía maradonia. De hecho, la película sigue aumentando la tensión incluso en los últimos minutos, culminando en el rescate imposible de la parte trasera de la cabeza de Olarticoechea en la línea en el minuto 86, aquí irónicamente definido como "La Nuca de Dios". Después de la mano divina y el goal imposible, incluso esa nuca que salva el resultado parece pertenecer a una historia ya escrita por el destino! Han pasado 40 años de aquel partido y esta película de 91 minutos (lo mismo que duró el duelo con los ingleses) sigue generando todo tipo de emociones . Lo cierto es que, si bien algunas heridas históricas aún no se han cerrado del todo a nivel social, la película transmite una nobleza que nos permite pensar que incluso con semejante nivel de grieta la reconciliación y la empatía siempre serán posibles.
Il Tango
Il Mago della Fisarmonica
di
Silvia Inés Brunelli (Sua nipote)
(Stralcio di un articolo pubblicato sulla rivista CLUB DE TANGO n. 24, aprile-maggio 1997).
Osimo, un villaggio incastonato tra le colline che si affacciano sul Mar Adriatico, è un villaggio di musicisti. I suoi abitanti costruiscono strumenti musicali, principalmente fisarmoniche; studiano il suono, selezionano il legno, lavorano l'aria... respirano musica. Il 24 dicembre 1890, Giovanni Brunelli vendette la sua casa e la sua bottega a Osimo e decise di emigrare con la sua compagna, Ardovina Bontempi. Portò la sua musica altrove e a Marsiglia trovò ciò che cercava da tempo. Lì si teneva anche la grande Esposizione della Scienza e dell'Industria, dove Juan presentò le sue fisarmoniche, e il 10 settembre 1893 vinse la medaglia d'oro in un concorso a cui parteciparono 120 famosi fisarmonicisti dell'epoca. Molti musicisti del tango archetipico frequentavano il suo negozio a Marsiglia, tra cui gli argentini Alfredo Gobbi (padre), Angel Villoldo ed Enrique Saborido, con il quale strinse amicizia. Il 7 febbraio 1903 nacque Feliciano e nove anni dopo Giovanni decise di trasferirsi in Argentina, stabilendosi con la famiglia a Rafaela, nella provincia di Santa Fe. Feliciano si appassionò alla musica, studiando pianoforte con il professor Luis Richi e fisarmonica con il padre, che accompagnava nelle sue esibizioni. Grazie ad Angel Bini, nel 1933 realizzò la sua prima registrazione da solista presso "Grabaciones Dacapo" a Buenos Aires, parte dell'etichetta Odeon. Un anno dopo, incoraggiato dal divino violinista Elvino Vardaro, si trasferì nella capitale e formò "Feliciano Brunelli y su Cuarteto Criollo", con Feliciano alla fisarmonica, lo stesso Vardaro al violino, Vicente Spina alla chitarra e Alcides Fertonani alla seconda fisarmonica.
Audio: Ilusion de mi vida (Feliciano Brunelli) - Orquesta Tipica Horacio Salgan:
Con questa formazione, si esibì tre volte a settimana su Radio Splendid e registrò due sue composizioni per la RCA Victor: "Ilusión de mi vida" e la ranchera "La enana". Nel 1937, decise di formare il mitico "Cuarteto del 900" con Vardaro al violino, Enrique Bour al flauto e Aníbal Troilo al bandoneón, riservando a sé il pianoforte e debuttando sull’emittente LR6 Radio Mitre. Indubbiamente, la propensione di Troilo per la formazione orchestrale tipica del tango, unita alla preferenza di Brunelli per un'orchestrazione più universale, si sintetizzò in uno stile molto caratteristico del tango di quell'epoca. Di certo, dopo questa esperienza, Feliciano presentò un gruppo di 15 musicisti e 1 cantante con il nome di "Feliciano Brunelli y su Orquesta Caracteristica", e fu ingaggiato da Jaime Jankelevich per eseguire il suo repertorio su Radio Belgrano come artista esclusivo (ruolo che mantenne per 25 anni), guadagnandosi il soprannome di "Mago della Fisarmonica", e battendo record di vendite. Insieme a Francisco Canaro, Héctor e Francisco Lomuto e Pedro Maffia, fondò l'Associazione dei Direttori d'Orchestra nel 1946. Con l'avvento del rock degli anni '50, Feliciano registrò successi per la Music Hall e l'etichetta TK. Nei primi anni ’60 l'azienda tedesca Hohner progettò per lui tre fisarmoniche elettroniche, che incorporò nella sua orchestra, orientando il repertorio verso la musica country e urbana. Nel 1964, formò il "Nuevo Cuarteto", di cui faceva parte anche suo figlio Carlos, registrando un repertorio di tango, milonghe e valzer per la RCA. Nell'estate del 1966 in una località che si trova ad un centinaio di kilometri a nord di Mar del Plata, Villa Gesell, si tenne la sua ultima esibizione pubblica. Negli ultimi anni continuò a comporre milongas, vals e tangos che non registrò. Andava ogni giorno alla casa di musica che aveva nel quartiere di Once, a Rivadavia, dove riceveva amici coltivando il suo hobby preferito di accordare fisarmoniche che portavano al negozio. Portò la sua melodia in altri cieli nel 1981, lasciando dietro di sé un'opera di inestimabile valore culturale, musica che è stata ascoltata negli angoli più remoti dell'Argentina per oltre 40 anni. Feliciano era una "fontana senz'acqua" perché ebbe la fama nella vita, ma anche la solitudine nell'anima, conseguenza delle circostanze che lo circondarono dopo averla raggiunta. Così accadde che, pur rimanendo sempre nello stesso luogo, fosse straniero nella propria casa e pellegrino nella propria vita.
Nelle foto: il cuarteto di Felicano Brunelli con Elvino Vardaro al violino, Anibal Troilo al bandoneon, Enrique Bour al flauto e Brunelli al pianoforte; copertine discografiche del cuarteto di Feliciano Brunelli.
El Mago del Acordeón
de Silvia Inés Brunelli (Su nieta)
(Extracto se un artículo publicado en la Revista CLUB DE TANGO Nro.24 Abril-Mayo 1997)
Osimo, un pueblo incrustado en las colinas cerca del Mar Adriático, un pueblo musical; sus habitantes fabrican instrumentos musicales, esencialmente acordeones a piano; investigan el sonido, seleccionan la madera, trabajan el aire..., huelen la música. El 24 de diciembre de 1890 Juan Brunelli vende su casa de Osimo y su taller, decide emigrar con su compañera Ardovina Bontempi, se va con la música a otra parte y en Marsella encuentra algo de lo que buscaba. Allí se realizaba la gran Exposición de Ciencias e Industrias, en donde Juan presentó sus acordeones y el 10 de setiembre 1893 mereció la medalla de oro en un concurso al que concurrieron 120 acordeonistas famosos. Por su negocio de Marsella pasaban muchos músicos del tango arquetipico, entre los cuales estaban los argentinos Alfredo Gobbi (padre), Angel Villoldo y Enrique Saborido, con quienes entabló una amistad. El 7 de febrero de 1903 nace Feliciano. Cuando cumple 9 años Juan decide viajar a la Argentina, estableciéndose con su familia en Rafaela, provincia de Santa Fe. Feliciano se acercó a la música aprendiendo piano con el profesor Luis Richi y acordeón con su padre, al que acompañaba en sus presentaciones. Nel 1933, Por mediación de Angel Bini realiza su primera grabación como solista en "Grabaciones Dacapo" de Buenos Aires, perteneciente al sello Odeón. Un año más tarde se radicaba en la Capital Federal impulsado por el divino violinista Elvino Vardaro y forman "Feliciano Brunelli y su Cuarteto Criollo", con Feliciano en acordeón, el mismo Vardaro en violín, Vicente Spina en guitarra y Alcides Fertonani en 2º acordeón. Con esta formación actuaba 3 veces por semana en Radio Splendid y graba en RCA Victor 2 temas de su autoría: Ilusión de mi vida y la ranchera La enana. En 1937 decide convocar el mitico "Cuarteto del 900". con Elvino Vardaro en violín, Enrique Bour en flauta y Aníbal Troilo en bandoneón, reservando el piano para sí, estrenandolo en L.R.6 Radio Mitre. Sin duda, la inclinación de Troilo por la formación orquestal típica del tango combinada con la preferencia de Brunelli por la orquestación universalizada, se sintetizó en un estilo muy característico del tango de aquella época. Lo cierto es que, luego de esta experiencia, Feliciano presenta una formación de 15 músicos y 1 cantante bajo el nombre de "Feliciano Brunelli y su Orquesta Característica", siendo contratado por Jaime Jankelevich para interpretar su repertorio en Radio Belgrano como artista exclusivo (que lo fue durante 25 años), ganándose el seudónimo de "El Mago del Acordeón", mientras batía records de ventas discográficas. Junto a Francisco Canaro, Héctor y Francisco Lomuto y Pedro Maffia funda la Asociación de Directores de Orquesta en 1946.El rock de los ’50 encontró a Feliciano grabando éxitos en Music Hall y el sello T. K. En los tempranos ’60, la casa Hohner de Alemania, diseña especialmente para él, 3 acordeones electrónicos que incluye en su orquesta, orientando el repertorio hacia la música campera y ciudadana. En 1964 forma el "Nuevo Cuarteto", integrado también por su hijo Carlos, grabando en RCA un repertorio de tangos, milongas y valses. El verano de 1966 en un pueblo situado a unos cien kilometros al norte de Mar del Plata, Villa Gesell, hizo su última presentación en público. En sus últimos años siguió componiendo milongas valses y tangos que no llegó a grabar. Iba todos los días a la casa de música que tenía en el barrio de Once, sobre Rivadavia, allí recibía amigos y despuntaba su pasatiempo predilecto, afinar las acordeones que llevaban al negocio. Llevó su melodía a otros cielos en 1981 dejando una obra de incalculable valor cultural, una música que ha sido escuchada hasta en los confines de la Argentina por más de 40 años. Feliciano fue una "Fuente sin agua" porque tuvo fama en su vida, pero también soledad en su alma como consecuencia de las circunstancias que lo rodearon después de llegar a la fama. Ocurrió así que, aunque permaneció siempre en el mismo sitio, fue extranjero en su casa y peregrino ante sí mismo.
Audio: Cuarteto del '900 (Anibal Troilo, Elvino Vardaro, Feliciano Brunelli, Enrique Bour)
El pillete (Graciano De Leone):
Astor Piazzolla
Nuevo Tango: archetipi e polisemia
LA PIETRA NELLO STAGNO
Il tango, da quando ha codificato la sua prima forma di linguaggio, ha sempre trovato il dinamismo per allargare i suoi confini, incrementando gli elementi per disegnare cerchi concentrici come quelli che forma una pietra lanciata in uno stagno. Semplificando il nucleo originario è stato quello della Guardia Vieja, essenzialmente ritmico e durato fino ai primi anni ‘20. Dopodichè il cerchio successivo riguarda il contributo decisivo che è significato l’avvento di Gardel che ha dato letteralmente la parola al tango, conferendogli una forma di fraseggiare che ispirerà anche il linguaggio degli strumenti musicali. Nei primi anni 20 con Cobian nasceva il tango romanza, quindi una forma di poesia che apriva le porte all’aspetto lirico di composizioni scritte ad hoc; con De Caro nasceva la Guardia Nueva e si affermavano le orchestrazioni e gli arrangiamenti; con il Vardaro degli anni trenta si perfezionava in maniera evolutiva l’esperienza decareana. Successivamente nasceva la Seconda Guardia Nueva in concomitanza con l’epoca d’oro del Tango in cui si affacciava il giovanissimo PIazzolla trovando posto nell’orchestra di Anibal Troilo, mentre le orchestre fiorivano come gli stili progressisti che oltre a quello di Troilo vedevano in prima linea Di Sarli e il suo guru artistico Osvaldo Fresedo, ma soprattutto Alfredo Gobbi, Osvaldo Pugliese e Horacio Salgan. In tutte le sfumature e i capisaldi che identificavano un’orchestra dall’altra. Questi grandi stilisti mantenevano un comportamento sostanzialmente autoreferenziale rispetto al linguaggio del tango che essi stessi stavano contribuente ad ammodernare, con tutti i paletti imposti dalla loro mission principale: fare ballare il proprio pubblico. A strappare questa tradizione centripeta sono due musicisti. Il primo è Eduardo Rovira, rigoroso, intransigente, introverso, sfortunato e soprattutto così coraggioso da aprire la porta del tango alla tecnica dodecafonica, seppur non perfetta. L’altro è Astor Piazzolla, di carattere esattamente opposto a quello di Rovira, e capace di trovare un consenso internazionale ed anche commerciale, scrivendo la musica meravigliosa che ha conquistato il pubblico dei concerti. Con l’avvento di Rovira e Piazzolla il linguaggio del tango non è più autoreferenziale ma apre il suo ultimo cerchio all’eterogeneo e quindi alla polisemia.